Le Experience sono speciali attività off-site progettate per piccoli gruppi aziendali.

Integrando formazione e ben-essere, offrono ai partecipanti occasioni di apprendimento che mescolano natura, gusto, cura di sé e relazione con l’Altro. Per saperne di più visita l’area del sito dedicata….

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Una società che misura il tempo in termini di denaro ha in avversione l’ozio e per i moderni, infatti, tra ozio e miseria vi è un nesso di causa ed effetto, s’instaura una circolarità viziosa“. Così scriveva il filosofo Salvatore Natoli nel 2001, mettendo in evidenza quanto nelle società occidentali (o occidentalizzate) contemporanee il concetto di ozio abbia assunto una connotazione decisamente negativa, problematica. L’enciclopedia Treccani lo conferma, definendo l’ozio “…astensione dall’attività, dalle occupazioni utili, […] per indole pigra o indolente“. In un mondo governato dalla legge della ‘produzione consumistica’, c’è inevitabilmente qualcosa di sbagliato nel non-fare, o nel fare non utilitaristico, non finalizzato ad un beneficio economico o social-mente rilevante. Sono quindi oziosi i fannulloni, i mantenuti, ‘le cicale’ che non contribuiscono al lavoro delle formiche operose indulgendo nei vizi; ma anche i più o meno giovani ‘sdraiati’ privi di curiosità, inebetiti dagli schermi e incapaci di darsi una direzione. Se il valore di una persona si misura in termini di capacità produttiva, potere di influenza e notorietà, tutto ciò che non è funzionale al raggiungimento di questi obiettivi è, nella migliore delle ipotesi, irrilevante. La concessione massima riconosciuta a chi si muove all’interno di questo paradigma è l’hobby, lo svago occasionale che consente all’individuo di dar sfogo ad eventuali interessi extra-professionali, recuperare energia e fare in modo di aver qualcosa di cui occuparsi quando arriverà la pensione.

Eppure, in origine, l’ozio era ben altra cosa. Sempre secondo la Treccani, l’otium latino era “…il tempo libero dalle occupazioni della vita politica e dagli affari pubblici (cioè dai negotia), che poteva esser dedicato alle cure della casa, del podere, ma soprattutto agli studi“. Gli uomini liberi si dedicavano quindi all’otium per coltivare, esplorare se stessi. Arte, studio e filosofia erano le in-utili pratiche a cui veniva dato spazio, senza aspettativa di risultati immediati, di tornaconti vantaggiosi. Non è un caso che il corrispettivo dell’otium nella tradizione Greca fosse la scholè, “…il piacevole uso delle proprie disposizioni intellettuali, indipendentemente da ogni bisogno o scopo pratico” (Treccani), ed è bello che la parola scuola affondi le radici in questo terreno semantico. Si potrebbe obiettare che quegli ‘uomini liberi’ potevano permettersi di oziare virtuosamente solo perché avevano degli schiavi che sbrigavano le loro faccende, ma significherebbe perdere l’opportunità di una fertile ibridazione.

Se infatti noi trasponiamo il significato originario di questo concetto ai giorni nostri, in cui ciascuno (salvo tragiche eccezioni) gode di un qualche margine di ‘libertà’ rispetto all’impiego del proprio tempo, l’ozio diventa improvvisamente una possibilità preziosa: quella di sottrarsi alla cieca tirannia del fare e agli automatismi compulsivi del sé egoico, per entrare in uno spazio molto meno controllato e conosciuto. La possibilità di sperimentare una semplice, curiosa contemplazione, intesa come esposizione consapevole a ciò che è vivo, si muove dentro e intorno a noi. In lingua Pali quest’attitudine meditativa prende il nome di bhavana, parola che curiosamente può essere tradotta con coltivare. Ma coltivare cosa? Coltivare la disponibilità a stare in contatto con il non conosciuto, il non già classificato. Questa ‘modalità di funzionamento’ si rivela estremamente nutriente perché ci riconnette con un processo vitale che trascende i limiti apparenti del corpo, pur sorgendo dal corpo. Come dice la poetessa Livia Candiani: “Abitando il corpo e ascoltandolo profondamente riportiamo a galla una memoria comune a tutti. La meditazione è […] memoria d’essere“.

Oziare può diventare allora l’occasione per prendere confidenza, fare amicizia con questa memoria profondamente umana ma non-personale, naturale, prendendo a prestito il significato che la cultura tradizionale cinese attribuisce al termine natura, ovvero quel “che funziona e si muove da sé, senza dover essere spinta, sollecitata o controllata da uno sforzo cosciente” (Alan Watts). Ciò non ci rende persone più colte, competenti o interessanti, né risolve i nostri problemi quotidiani ed è quindi, da un punto di vista utilitaristico, del tutto in-utile. Eppure non è detto che sia privo di valore. Per dirla con le parole della Candiani: “Ascoltare, aspettare, ospitare nel corpo sono strumenti delicati per disincagliare e lasciar riaffiorare le radici della bellezza, una bellezza che non discrimina, che non appartiene a un’idea del bello separato dal brutto, uno sguardo che restituisce“.

RIFERIMENTI