Nell’edizione 2025 della celebre ricerca Gallup State of the Global Workplace il dato medio di coinvolgimento e soddisfazione dei lavoratori (engagement) si attestava al 21%. In Italia il valore era del 6%. Inoltre il 15% degli intervistati si dichiarava ‘attivamente disingaggiato‘, ovvero impegnato a sabotare intenzionalmente dall’interno la propria azienda, come forma di vendetta o rivalsa per un trattamento percepito come ingiusto. Non esattamente un quadro idilliaco.
Ed è curioso che questo accada in un periodo storico in cui l’attenzione nei confronti del benessere lavorativo e del work-life balance si è di fatto alzata moltissimo.
Due macro indicatori su tutti:
– Le politiche e i servizi di welfare offerti dalle aziende hanno subito un’impennata dal Covid in avanti in termini di diffusione e varietà;
– Lo smart working e il lavoro agile, pur con tutti i parziali ripensamenti e alcune ‘marce indietro’, si sono comunque affermati come pratiche formalmente riconosciute e largamente utilizzate.
Eppure la nostra relazione con l’esperienza lavorativa sembra essere pessima. Siamo tendenzialmente poco motivati e ci importa ancora meno di quello che facciamo, anche perché fatichiamo a coglierne il senso. E non riusciamo quindi a costruire un rapporto di fiducia con l’organizzazione di cui siamo parte: motivo per il quale dal 2020 è prima aumentato il numero di persone che cercavano alternative (great resignation), poi è cresciuta la percentuale di chi si è pentito del cambiamento (great regret) e ora stiamo andando verso quello che l’Osservatorio HR Innovation del Politecnico di Milano chiama great detachment: un dilagante senso di insoddisfazione o forse è meglio dire rassegnazione, ovvero la convinzione che non sia possibile ottenere condizioni migliori. Tutto questo può essere sintetizzato rievocando una vecchissima categoria, che tuttavia pare essersi rinnovata nel tempo adattandosi ai mutamenti della società: si tratta di quella che Karl Marx nel lontano 1844 chiamò ‘alienazione‘.
Lo potremmo definire un senso di distacco, di estraneità rispetto a sé stessi, agli altri e alla realtà più in generale; una sensazione dolorosa che svilisce e avvilisce l’esistenza di chi la sperimenta. Marx all’epoca la associò in particolare alla condizione dell’operaio, declinandola in 4 forme:
– Alienazione dal prodotto: ciò che contribuisce a realizzare non gli appartiene
– Alienazione dall’attività: la reiterazione meccanica e standardizzata del gesto non gli permette una vera libertà d’espressione
– Alienazione dalla propria essenza: il soggetto diventa un oggetto, un mero ingranaggio impersonale
– Alienazione dal prossimo: i rapporti con gli altri operai finiscono per essere regolati dalla competizione
Letto così questo elenco suona datato, del tutto inattuale. Ma lo è davvero? Lasciamo un attimo da parte la relazione con il prodotto, i cui confini nell’epoca del capitalismo servitizzato tendono a sfumare, e prendiamo in considerazione le altre tre forme: come abbiamo visto le ricerche segnalano una crescente disaffezione nei confronti del lavoro dovuta alla difficoltà nel trovare un significato al proprio ruolo, alla percezione di non poter incidere davvero sull’organizzazione di cui si è parte e alle difficoltà relazionali spesso alimentate da stili manageriali direttivi e poco empatici. E per quanto riguarda la competizione, l’ingresso in campo delle intelligenze artificiali ha aperto una partita fra contributo umano e tecnologie autonome tutta da giocare, con esiti potenzialmente distopici. Insomma, mutatis mutandis a quanto pare non siamo andati molto lontano.
Forse l’unica vera e sostanziale differenza è che oggi il senso di alienazione ha travalicato i muri delle fabbriche e delle officine per riversarsi negli uffici e inglobando anche i middle e perfino i top manager.
L’alienazione è diventata cioè una condizione generalizzata non più riducibile ad una mera questione di ‘classe’; è come se si fosse rivelata un destino inscritto nel modello di sviluppo che abbiamo adottato molto tempo fa e a cui quasi nessuno si sta dimostrando davvero immune.
Tanto è vero che verrebbe da associare questa grande rassegnazione/alienazione ad un altro fenomeno, codificato negli anni ’60 dallo psicologo Martin Seligman: l’impotenza appresa (learned helplessness). Con tale espressione Seligman indicava un senso di sfiducia totalizzante nella possibilità di uscire o almeno modificare una condizione sgradevole o addirittura dannosa in cui ci si trova. Sfiducia che, se persiste nel tempo, finisce per intaccare l’autostima e la percezione di efficacia. Tradotto in ambito lavorativo questo significa una progressiva de-responsabilizzazione nei confronti dei propri comportamenti e decisioni, percepite sempre più come reazioni inevitabili a stimoli immodificabili. Non sorprende che tutto ciò conduca verso una frattura psicologica ed emotiva della relazione con il lavoro. Frattura che si manifesta come perdita di energia e motivazione ma anche come aggressività e cinismo. Spesso due facce della stessa medaglia. Ed è interessante (e inquietante) notare quanto queste dinamiche intra e inter psichiche tendano a diventare spiraliche e virali, cioè ad avvitarsi su sé stesse e ad alimentarsi reciprocamente.
Insomma, possiamo dire con un buon grado di certezza che stiamo sbagliando qualcosa nel disegnare e prima ancora concepire la ‘work experience‘. Soprattutto se ci ricordiamo che al lavoro, qualunque esso sia, dedichiamo mediamente i 2/3 della vita adulta (sonno a parte). Urge un cambio di rotta, o per meglio dire una rifocalizzazione della questione: bisogna probabilmente ripartire dall’essere umano, dalle sue molteplici esigenze e dalla capacità dell’esperienza lavorativa di soddisfarle. Lo smart working e i modelli AGILE possono certamente essere di grande aiuto, così come le AI possono offrire un prezioso supporto per un’infinita gamma di attività. Ma se il fine ultimo con cui questi mezzi e strumenti vengono utilizzati (e creati) rimane la mera capacità produttiva, non solo non andranno a risolvere il disagio percepito ma rischiano di alimentarlo. Contribuendo a diffondere un’epidemia invisibile ma molto tangibile, che potremmo tristemente battezzare ‘Great Alienation‘.