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Giugno 2026

Per oltre un secolo, le organizzazioni hanno costruito il proprio funzionamento attraverso una logica lineare basata su divisione delle funzioni, controllo gerarchico e specializzazione verticale, quali principi fondanti dei modelli organizzativi classici di stampo industriale, elaborati tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Nello specifico, mi riferisco al ‘management scientifico’ dell’ingegnere statunitense Frederick W. Taylor, alla teoria amministrativa dell’imprenditore francese Henri Fayol e al modello burocratico del sociologo Max Weber. In estrema sintesi, Taylor concepiva l’organizzazione come una macchina composta da attività scomponibili, standardizzabili e controllabili scientificamente, secondo una logica di ottimizzazione dell’efficienza produttiva. Fayol, attraverso i principi dell’amministrazione gerarchica, rafforzò l’idea di una struttura fondata su unità di comando, specializzazione e centralizzazione decisionale, mentre Weber descrisse la burocrazia moderna come un sistema razionale-legale caratterizzato da formalizzazione delle procedure, ruoli definiti e catene di autorità stabili. Questi approcci hanno profondamente influenzato il modello organizzativo fordista del Novecento, incarnato dalla produzione industriale dell’imprenditore statunitense Henry Ford, basata su standardizzazione, ripetitività delle mansioni e forte separazione tra progettazione ed esecuzione del lavoro. A partire dalla seconda metà del Novecento, tuttavia, l’aumento della complessità ambientale, l’interdipendenza tra processi, la globalizzazione e l’accelerazione del cambiamento tecnologico hanno progressivamente evidenziato i limiti di una concezione rigidamente lineare e gerarchica. Modello di riferimento è stata la Teoria Generale dei Sistemi, sviluppata dal biologo austriaco Ludwig von Bertalanffy, che ha rappresentato la base comune per tutte le discipline scientifiche in materia. Da questo punto di vista, le organizzazioni devono essere comprese come sistemi aperti, dinamici, interconnessi che non possono più essere spiegati esclusivamente attraverso relazioni lineari di causa-effetto, bensì richiedono l’analisi di interdipendenze, circuiti di feedback e dinamiche emergenti che attraversano il sistema nella sua interezza. La questione ruota intorno al fatto che le aziende contemporanee non operano più come “macchine prevedibili” ma come sistemi complessi adattivi: ed è proprio in questo scenario che il pensiero sistemico e il principio di interdipendenza diventano centrali nel Wiseworking. Il valore organizzativo non nasce più soltanto dall’efficienza di singole parti frammentate, ma dalla qualità di connessioni consapevoli tra persone, processi, competenze e dove la messa a terra del Wiseworking non è né sinonimo di né può ridursi all’implementazione di flessibilità, lavoro ibrido o “smart working evoluto”. La dimensione più profonda di tale pensiero riguarda un cambio di paradigma culturale: passare da una logica di prestazione individuale a una logica di consapevolezza sistemica, ovvero, comprendere che ogni decisione, comportamento o processo genera effetti che si propagano nell’intero eco-sistema organizzativo: ‘[…] tutte le unità di un qualunque sistema, in quanto tali, partecipano in ogni istante al suo funzionamento complessivo e hanno quindi la possibilità di influenzarlo’ (Castelli, 2025). Hopper e Stave (2007), nel loro ampio lavoro di revisione della letteratura sulla dinamica dei sistemi, hanno elaborato un elenco di sette caratteristiche del pensiero sistemico, le cui prime tre, dal taglio più “soft” (rispetto alle quattro più strutturali legate a flussi, variabili, modelli concettuali e simulativi) sono: - Riconoscere le interconnessioni, ovvero saper vedere una situazione o un rapporto non come un insieme di elementi isolati, ma come una rete di relazioni reciproche, uscendo da una semplicistica logica di “causa -> effetto” per domandarsi cosa influenza “il sistema relazionale”, che cosa può emergere dall’insieme delle connessioni in un’ottica integrativa. Ogni comportamento all’interno di un sistema dipende da più elementi e, spesso, diverse problematiche non nascono da una singola causa, ma dall’interazione tra più fattori; per esempio, un calo della produttività potrebbe non dipendere semplicemente dalla “scarsa motivazione” dei propri collaboratori bensì da situazioni interconnesse come eccessivi carichi di lavoro, una discutibile qualità della leadership, turnover e/o difficoltà comunicative interne. - Identificare il feedback, ovvero saper riconoscere i circuiti di retroazione (loops),