Corpo, mente, cuore e relazioni: la mindfulness come risorsa per il musicista
Nelle prime ore del mattino, quando l’aria di Casargo e della Valsassina conserva ancora quel fresco rigenerante che sa di montagna, oltre quaranta musicisti siedono in auditorium. Niente strumenti, nessuna partitura da decifrare, nessun metronomo a dettare il tempo: solo sedie disposte nello spazio, una postura stabile ma morbida, e il silenzio. È iniziato così, ogni mattina alle sette e un quarto esatte, l’appuntamento con le brevi sessioni di mindfulness offerte ai corsisti del tradizionale Campus estivo senior organizzato da ANBIMA Lombardia, pensate come proposta integrativa alla didattica per coltivare consapevolezza e centratura capaci di accompagnare i musicisti per l’intera giornata.
Per una settimana, un nutrito gruppo di musicisti appassionati provenienti prevalentemente dalla Lombardia, si è ritrovato per un percorso di perfezionamento e condivisione musicale; accanto alle lezioni di strumento e alle prove d’insieme, quest’anno si è voluto introdurre uno spazio di esplorazione interiore del tutto inedito: pillole di pratica meditativa pensate specificamente per i musicisti.
A un primo sguardo, soprattutto per chi guarda alla musica con una lente puramente tecnica o rigidamente didattica, l’abbinamento tra un campus bandistico e la pratica della presenza mentale potrebbe sembrare insolito, ma basta allargare la prospettiva sulla complessità dell’essere umano per accorgersi di quanto questo confine sia labile.
Il musicista, prima di essere un esecutore, è un sistema complesso fatto di mente, corpo, emozioni e relazioni: un campo vivente in cui tutti questi aspetti sono profondamente interconnessi e in reciproca influenza.
Ridurre l’esperienza musicale a un fatto puramente tecnico significa ignorare la straordinaria polifonia di processi che si attivano contemporaneamente durante l’esecuzione musicale.
Da un lato, il cervello è impegnato in un compito di altissimo coordinamento cognitivo e motorio: decifra la complessa simbologia dello spartito musicale, traduce il linguaggio della partitura in gesti e gestisce il delicato dialogo tra l’emisfero sinistro, legato alla logica e alla lettura analitica, e l’emisfero destro, che alimenta la creatività, l’espressività e la risonanza emotiva.
Dall’altro entra in gioco la dimensione fisica, dove avvengono infiniti micro-movimenti in simultanea. La postura del corpo, il rilascio delle tensioni muscolari superflue e la flessibilità generale determinano la qualità della cassa di risonanza e l’elasticità necessaria per suonare al meglio. Nel caso degli strumenti a fiato, questo richiede una finezza sbalorditiva: la sensibilità millimetrica dei muscoli del viso e delle labbra per l’imboccatura, il lavoro della lingua, la precisione millimetrica nell’uso delle dita sui tasti e la gestione fluida del respiro.
A tutto questo si aggiunge l’impatto profondo della dimensione emotiva e dell’ansia da performance, che inevitabilmente si accende quando ci troviamo a suonare di fronte a un pubblico. Il timore del giudizio e la paura di sbagliare innescano rapidamente una disregolazione del sistema nervoso: il corpo reagisce con contrazioni fisiche generalizzate, il respiro si accorcia e si sposta verso l’alto bloccando il diaframma, le mani sudano e la fluidità tecnica conquistata con tanta fatica rischia di irrigidirsi.
Se questa è la complessità che attraversa il singolo individuo, l’esperienza musicale si amplia ulteriormente perché non avviene mai in solitudine o nel vuoto: essa si inserisce sempre in un tessuto ritmico rigoroso e, molto spesso, in una dimensione corale e collettiva.
Il musicista deve infatti governare il proprio tempo e la propria intonazione tenendo costantemente ricettive le antenne dell’ascolto verso gli altri: il proprio suono dialoga, si accorda e si intreccia con quello dei compagni di sezione e di tutto il gruppo, trasformando l’esecuzione in un esercizio vivente di interdipendenza e sintonizzazione viva, istante dopo istante.
È proprio in questo crocevia di complessità simultanee (cognitive, fisiche, emotive e relazionali) che la pratica della mindfulness trova il suo senso più profondo e la sua naturale vocazione per il musicista. Non si tratta di aggiungere un impegno ulteriore a una routine già densa, ma di offrire uno spazio di integrazione e ascolto profondo, capace di fare da collante e di armonizzare tutte queste dimensioni.
Le mattine si sono aperte con una fase di “ammorbidimento“: in piedi, attraverso semplici movimenti di risveglio, ci si dedicava all’ascolto profondo e allo sviluppo della propriocezione. Spesso nella pratica musicale quotidiana si rischia di scivolare in un’attitudine eccessivamente mentale, dominata dalla decifrazione visiva dello spartito, finendo per “suonare con gli occhi”, dimenticandoci che il primo autentico strumento è il corpo. Un legame ancora più evidente nel caso degli strumenti a fiato, dove il suono nasce attraverso il respiro. Imparare ad abitare il proprio corpo con consapevolezza e sensibilità significa uscire dalla rigidità meccanica, sciogliere le tensioni superflue, trovare un radicamento solido e liberare i canali della percezione.
Subito dopo seguiva una seconda parte seduti sulle sedie, dove il focus dell’attenzione era volto all’osservazione del respiro, con un’attitudine curiosa e aperta, rinunciando a manipolarlo o ad “aggiustarlo”. Questo atteggiamento rappresenta un ribaltamento radicale rispetto alla consuetudine degli strumentisti a fiato che, nel loro lavoro quotidiano, tendono inevitabilmente a controllare e ottimizzare il flusso dell’aria in funzione della produzione del suono.
Vivere invece il processo di inspirazione ed espirazione nella sua immediatezza, semplicemente guardato per quello che è, ha offerto uno sguardo inedito sulla propria relazione con il respiro, rivelando come sia proprio in questa qualità di attenzione non manipolativa, del tutto scevra da scopi o finalità da raggiungere, che risiede il cuore autentico delle pratiche di consapevolezza.
Le sessioni si sono concluse sempre con uno spazio di confronto e dialogo, dove è emerso con chiarezza quanto la pratica della presenza possa offrire una prospettiva differente per abitare il tema della performance. Durante il percorso, e in vista del concerto finale condiviso con il pubblico di amici e parenti dei corsisti, l’intento non era certo quello di cancellare le tensioni o di trovare una bacchetta magica contro l’ansia, quanto piuttosto quello di esplorare un modo diverso di stare con ciò che accade: accogliendo l’agitazione non come un nemico da sconfiggere, ma come un’energia viva da osservare con curiosità, imparando a dialogare con essa invece che subirla in modo totalizzante.
La partecipazione viva, le domande spontanee e l’interesse genuino per le pratiche di consapevolezza, uniti al desiderio di poter proseguire anche autonomamente una volta tornati a casa, raccontano di un terreno fertile in cui si è iniziato ad assaporare il valore autentico che una pratica sostenuta nel tempo può donare. Quando si crea un ambiente sicuro in cui rallentare e sospendere la tirannia del fare compulsivo, non si sta sottraendo tempo allo studio né facendo qualcosa di estraneo alla musica. Sostare nel silenzio, al contrario, apre uno spazio per vivere con maggiore consapevolezza il suono, la propria creatività e la possibilità di esprimerci in pienezza.
La musica, d’altronde, soprattutto se fatta insieme agli altri, è per sua natura un esercizio di interdipendenza: richiede di ascoltare sé stessi per poter accordare il proprio suono a quello degli altri. Portare la mindfulness in un contesto musicale significa allora riscoprire che fermarsi ad ascoltare e ad ascoltarsi non è mai un tempo sottratto all’arte, ma la postura fondamentale che permette a ogni nota di risuonare nella sua forma più autentica.