Nelle prime ore del mattino, quando l’aria di Casargo e della Valsassina conserva ancora quel fresco rigenerante che sa di montagna, oltre quaranta musicisti siedono in auditorium. Niente strumenti, nessuna partitura da decifrare, nessun metronomo a dettare il tempo: solo sedie disposte nello spazio, una postura stabile ma morbida, e il silenzio. È iniziato così, ogni mattina alle sette e un quarto esatte, l’appuntamento con le brevi sessioni di mindfulness offerte ai corsisti del tradizionale Campus estivo senior organizzato da ANBIMA Lombardia, pensate come proposta integrativa alla didattica per coltivare consapevolezza e centratura capaci di accompagnare i musicisti per l'intera giornata. Per una settimana, un nutrito gruppo di musicisti appassionati provenienti prevalentemente dalla Lombardia, si è ritrovato per un percorso di perfezionamento e condivisione musicale; accanto alle lezioni di strumento e alle prove d’insieme, quest’anno si è voluto introdurre uno spazio di esplorazione interiore del tutto inedito: pillole di pratica meditativa pensate specificamente per i musicisti. A un primo sguardo, soprattutto per chi guarda alla musica con una lente puramente tecnica o rigidamente didattica, l’abbinamento tra un campus bandistico e la pratica della presenza mentale potrebbe sembrare insolito, ma basta allargare la prospettiva sulla complessità dell’essere umano per accorgersi di quanto questo confine sia labile. Il musicista, prima di essere un esecutore, è un sistema complesso fatto di mente, corpo, emozioni e relazioni: un campo vivente in cui tutti questi aspetti sono profondamente interconnessi e in reciproca influenza. Ridurre l'esperienza musicale a un fatto puramente tecnico significa ignorare la straordinaria polifonia di processi che si attivano contemporaneamente durante l'esecuzione musicale. Da un lato, il cervello è impegnato in un compito di altissimo coordinamento cognitivo e motorio: decifra la complessa simbologia dello spartito musicale, traduce il linguaggio della partitura in gesti e gestisce il delicato dialogo tra l'emisfero sinistro, legato alla logica e alla lettura analitica, e l'emisfero destro, che alimenta la creatività, l'espressività e la risonanza emotiva. Dall'altro entra in gioco la dimensione fisica, dove avvengono infiniti micro-movimenti in simultanea. La postura del corpo, il rilascio delle tensioni muscolari superflue e la flessibilità generale determinano la qualità della cassa di risonanza e l'elasticità necessaria per suonare al meglio. Nel caso degli strumenti a fiato, questo richiede una finezza sbalorditiva: la sensibilità millimetrica dei muscoli del viso e delle labbra per l'imboccatura, il lavoro della lingua, la precisione millimetrica nell'uso delle dita sui tasti e la gestione fluida del respiro. A tutto questo si aggiunge l'impatto profondo della dimensione emotiva e dell'ansia da performance, che inevitabilmente si accende quando ci troviamo a suonare di fronte a un pubblico. Il timore del giudizio e la paura di sbagliare innescano rapidamente una disregolazione del sistema nervoso: il corpo reagisce con contrazioni fisiche generalizzate, il respiro si accorcia e si sposta verso l'alto bloccando il diaframma, le mani sudano e la fluidità tecnica conquistata con tanta fatica rischia di irrigidirsi. Se questa è la complessità che attraversa il singolo individuo, l'esperienza musicale si amplia ulteriormente perché non avviene mai in solitudine o nel vuoto: essa si inserisce sempre in un tessuto ritmico rigoroso e, molto spesso, in una dimensione corale e collettiva. Il musicista deve infatti governare il proprio tempo e la propria intonazione tenendo costantemente ricettive le antenne dell'ascolto verso gli altri: il proprio suono dialoga, si accorda e si intreccia con quello dei compagni di sezione e di tutto il gruppo, trasformando l'esecuzione in un esercizio vivente di interdipendenza e sintonizzazione viva, istante dopo istante. È proprio in questo crocevia di complessità simultanee (cognitive, fisiche, emotive e relazionali) che la pratica della mindfulness trova il suo senso più profondo e la sua naturale vocazione per il musicista. Non si tratta di aggiungere
C’è un oggetto che portiamo sempre con noi, che tocchiamo centinaia di volte al giorno e a cui deleghiamo una quantità sempre crescente delle nostre attività mentali. Ci aiuta a ricordare, a orientarci, a comunicare, persino a decidere… Per questo, da anni, siamo abituati a sentir dire che lo smartphone è come se fosse ormai diventato quasi come una parte della nostra mente. Una sorta di protesi cognitiva: memoria esterna, bussola, agenda, archivio delle nostre relazioni. Un’estensione naturale delle informazioni che possediamo. Ma se questa intuizione fosse troppo ottimista? E anzi, celasse nella sua parte velata ben più nefaste conseguenze? Nel loro recente articolo Smartphones: Parts of Our Minds? Or Parasites?, Rachael L. Brown e Robert C. Brooks mettono in discussione proprio questa narrazione rassicurante. L’idea di fondo da cui partono è semplice ma disturbante: non tutto ciò che è profondamente integrato nel nostro funzionamento mentale può essere considerato una parte della nostra mente. Soprattutto quando quell’oggetto non lavora realmente per noi. La filosofia della mente, negli ultimi decenni, ha sviluppato la cosiddetta extended mind thesis: ovvero l’idea che la cognizione non sia confinata nel cervello, bensì possa estendersi nel corpo e, attraverso di esso, nell’ambiente circostante. Un taccuino che usiamo costantemente, una mappa, una lista della spesa: strumenti che non si limitano ad aiutarci, ma che diventano componenti attive del nostro pensare e interagire con il mondo. In questo quadro, lo smartphone sembra il candidato perfetto. È sempre con noi, lo consultiamo senza rifletterci, ci fidiamo delle informazioni che contiene. Se perdiamo il telefono, non perdiamo solo un oggetto: perdiamo pezzi della nostra memoria e della nostra capacità di agire. Ed è proprio per questo che Brown e Brooks chiedono di rallentare e di osservare meglio e più criticamente la relazione che abbiamo con questi dispositivi. Il punto critico non è quanto lo smartphone sia potente o quanto sia integrato nella nostra vita quotidiana. Il punto è come è progettato. A differenza di un quaderno o di una mappa, lo smartphone moderno, e con esso l’insieme delle app che lo abitano, è costruito per catturare, trattenere e dirigere la nostra attenzione. Non in modo accidentale o casuale, ma intenzionale e progettuale. Algoritmi, notifiche, meccanismi di ricompensa intermittente: tutto è pensato non solo per massimizzare il tempo che passiamo sullo schermo bensì per incrementare ad limitum i dati che produciamo. In altre parole, per servire gli interessi di chi lo ha progettato o di chi ci guadagna, non necessariamente i nostri. Ed è qui che la metafora dell’estensione mentale inizia a scricchiolare. Possiamo davvero considerare parte del nostro sistema cognitivo qualcosa che, per design, spesso lavora contro i nostri obiettivi? Un sistema che ci spinge a procrastinare quando vorremmo concentrarci, a continuare a scorrere quando vorremmo fermarci, a reagire invece che scegliere proattivamente? Secondo gli autori, questo rompe un presupposto implicito ma fondamentale dell’idea di mente estesa: l’allineamento degli scopi. Le parti di un sistema cognitivo cooperano. Condividono, almeno in linea di principio, un orientamento comune. Quando questo viene meno, non siamo più di fronte a un’estensione della mente, ma a qualcosa di diversamente ben più sinistro… Per descrivere meglio questo rapporto ambiguo, Brown e Brooks propongono un cambio di metafora: non più quella dell’estensione, ma quella della simbiosi. In biologia, le simbiosi possono essere mutualistiche (entrambi traggono beneficio), neutre, oppure parassitarie. E il nostro rapporto con lo smartphone, sostengono, oscilla lungo questo spettro. A volte è chiaramente vantaggioso: ci orienta, ci connette, ci semplifica la vita. Altre volte è neutro. Ma non di rado assume tratti parassitari: consuma attenzione, erode autonomia, orienta comportamenti in modi che non abbiamo scelto consapevolmente. Per chi conoscesse Spiderman e
Che le parole plasmino la realtà e soprattutto il modo in cui la percepiamo è ormai accertato. Ogni parola porta con sé e in sé significati che sono il frutto di stratificazioni culturali più o meno complesse e lontane nello spazio e nel tempo. E meno esse sono riferite a oggetti concreti e chiaramente 'circoscrivibili' più queste stratificazioni tendono ad ampliarsi. Il mondo del lavoro e in particolare delle organizzazioni professionali è pieno di termini che fanno riferimento a concetti astratti, che racchiudono una gamma spesso molto eterogenea di possibili fenomeni. Ecco perché, dal nostro punto di vista, se si vuole che la trasformazione dell'esperienza lavorativa cui stiamo assistendo conduca verso esiti migliorativi è fondamentale che essa passi anche attraverso un rinnovamento linguistico. In un precedente articolo avevamo ad esempio messo provocatoriamente in discussione l'utilizzo della parola "leadership" suggerendo di sostituirla con "provision", proprio perché meno connotata culturalmente di significati potenzialmente problematici. Questa volta vorremmo soffermarci su un'altra coppia di termini molto utilizzati (per non dire abusati) nel lessico aziendale: il primo è "efficace" e con esso ci si riferisce di solito alla qualità di una qualunque prestazione individuale o collettiva, con un'enfasi particolare sul risultato raggiunto: più esso risponde alle aspettative del committente, più la prestazione sarà considerata efficace. Il secondo è 'efficiente', che invece pone l'accento sul consumo di risorse (tempo, energie, denaro, materiali
Di Nicola Castelli Fra Marzo e Maggio ho avuto la possibilità di fare un’esperienza unica nella mia storia professionale. Una persona che segue il corso di Mindfulness che da tanti anni conduco a MensCorpore mi ha chiesto se l'Associazione era disponibile a fare da partner al Liceo Musicale Veronica Gambara di Brescia presso cui insegna per un intervento di formazione PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l'Orientamento) rivolto a due classi quarte. L’obiettivo esplicito era fornire ai ragazzi alcuni spunti e strumenti per una miglior gestione dell’emotività nella performance artistica (quando cioè si esibiscono davanti a un pubblico). Sottotraccia c’erano però il desiderio e l’intenzione di offrire uno spazio di confronto e supporto più ampio, non solo per l’importanza che la componente emotiva gioca nell’adolescenza ma anche per il complesso momento in cui gli studenti si trovavano (quasi due anni di didattica a distanza!). I percorsi, che hanno avuto una durata di 8 incontri di 1 h e 30 ciascuno a cadenza settimanale, si sono svolti a distanza. Non è certamente la migliore delle condizioni per questo tipo di interventi ma, da una parte, non c’erano altre possibilità di scelta, dall’altra ammetto che la modalità on line ha risolto non poche criticità logistiche. L’approccio utilizzato è stato molto simile a quello che normalmente adotto nella formazione organizzativa, ovvero: una mescolanza di stimoli teorici, esercitazioni e pratiche guidate, condivisioni in plenaria o in sottogruppi e piccole sistematizzazioni. Insomma, l’idea era quella di offrire agganci il più variegati (ma coerenti) possibili, così da mantenere desta l’attenzione e il coinvolgimento del maggior numero di partecipanti (circa 20 per ogni gruppo-classe). Ma soprattutto, mi sembrava fondamentale modulare il processo sulla base delle tematiche più significative che sarebbero emerse in corso d’opera dai ragazzi. Ecco qui di seguito le principali aree che abbiamo esplorato
Nel 1882, alla John Hopkins University, alcuni ricercatori fecero un esperimento: presero un grande calderone d’acqua e lo misero sul fuoco; quando l’acqua arrivò a ebollizione gettarono dentro alla pentola alcune rane vive, che immediatamente ne schizzarono fuori per salvarsi. A quel punto ripeterono l’esperimento, con una differenza: le rane questa seconda volta furono messe nell’acqua subito, quando era ancora fredda, facendo salire la temperatura pian piano, a fuoco lento. Gli animali non si accorsero della situazione di pericolo se non quando era troppo tardi, ovvero quando il calore (inizialmente piacevole) li aveva indeboliti a tal punto da non aver più le forze sufficienti per saltare fuori dal contenitore, morendo bollite. Negli anni, quello che è stato soprannominato ‘il principio della rana bollita’, è diventato una metafora sociologica per descrivere la facilità con la quale l’essere umano si adatta a situazioni disagevoli e persino dannose per la propria salute e sopravvivenza, perdendo progressivamente la capacità di sottrarsi ad esse e finendo per considerarle inevitabili. Recentemente Noam Chomsky, filosofo e linguista americano, nel suo libro Media e potere (che raccoglie diversi articoli accademici), è arrivato addirittura a utilizzare quest’espressione per stigmatizzare il processo di intorpidimento delle coscienze cui (a suo giudizio) le società occidentali o occidentalizzate sono andate incontro: In nome del progresso e della scienza, i peggiori attentati alle libertà individuali, alla dignità della persona, all’integrità della natura, alla bellezza ed alla felicità di vivere, si effettuano lentamente ed inesorabilmente con la complicità costante delle vittime, ignoranti o sprovvedute. I foschi presagi annunciati per il futuro, anziché suscitare delle reazioni e delle misure preventive, non fanno altro che preparare psicologicamente il popolo ad accettare le condizioni di vita decadenti, perfino drammatiche. Il permanente ingozzamento di informazioni da parte dei media satura i cervelli che non riescono più a discernere, a pensare con la loro testa. . Forse le parole di Chomsky sono eccessivamente tranchant e comunque meriterebbero un’analisi molto più complessa e puntuale di una semplice citazione. Noi vi proponiamo di fermarci un passo prima e considerare semplicemente le condizioni, innescate e necessitate dalla pandemia (a sua volta generata da scelte sistemiche poco saggie), con cui abbiamo dovuto fare i conti nell’ultimo anno. Non c’è bisogno di scomodare statistiche e ricerche (pur copiose) per realizzare quanto sono state faticose e logoranti da sostenere: a partire dalla paura del virus e delle sue molteplici conseguenze su di noi e i nostri cari, passando per la drastica riduzione delle interazioni sociali fino al calo dell’attività motoria e la contemporanea sovraesposizione tecnologica, c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Le probabilità che il nostro ‘livello di vitalità’ sia diminuito sono alte, molto alte. Con questa termine intendiamo la sensazione di ben-essere corporeo, emotivo e mentale che scaturisce quando ci sentiamo pienamente a nostro agio, sicuri, parte integrante di un eco-sistema che va oltre noi stessi e che include persone, ambienti fisici e naturali. Ebbene, il dis-agio, l’insicurezza, la preoccupazione che hanno fatto irruzione nelle nostre vite, avendo tutto il tempo di mettere radici, rischiano di farci fare la fine delle rane bollite. Considerando la lentezza con cui la situazione sta tornando ad una qualche normalità, è quindi davvero importante che ciascuno di noi si prenda cura del proprio ben-essere. Anche perché la terribile forza d’inerzia generata dall’assuefazione a questo basso livello di energia potrebbe farlo persistere ben oltre la cessazione delle restrizioni esterne. Ciò che possiamo fare è anche solo fermarci un attimo, respirare con calma, e chiedere a noi stessi: “Come sto? Come mi sento? Di cosa ho bisogno ora? In che modo posso coltivare la mia vitalità?”. Volendo, il nostro modello a 6 Sorgenti può essere una mappa per orientarsi e dare
L’atto del preparare e poi bere un infuso può diventare un piccolo rito di ben-essere, un modo semplice per coltivare consapevolezza orientando l’attenzione ai propri sensi. Questa pratica guidata consente di sperimentare e prendere confidenza con un’attitudine naturale come quella meditativa, poco frequentata ma molto nutriente… https://youtu.be/w0ozju7e1V4
L’abbiamo vista arrivare da lontano, avvicinarsi lentamente, e poi sempre più velocemente; ed ora eccola tra noi, la seconda ondata. C’è una differenza importante rispetto al primo impatto del Covid in marzo e aprile. In quelle settimane la pandemia ci ha colpito come uno schiaffo improvviso, il cerchio si è stretto molto rapidamente e i sentimenti dominanti erano la preoccupazione e l’ansia per qualcosa di ignoto. Nei mesi successivi molti commentatori hanno scritto che per la prima volta la storia aveva bussato alle porte di questa generazione di adulti. Ed è vero: mentre le generazioni precedenti avevano vissuto sulla loro pelle carestie, guerre e rivolgimenti epocali, la pandemia ha costretto per la prima volta gli adulti di oggi a confrontarsi con qualcosa di ignoto e terribile, che ha cambiato in brevissimo tempo le vite di tutti noi. Quindi ovvio che fossimo impreparati: affrontavamo una situazione cognitivamente ed emotivamente senza precedenti. Questa volta invece sappiamo quale potrà essere il decorso della vicenda, immaginiamo i tempi e le modalità. Ciò per certi versi argina la paura che ogni spavento genera, lasciando il posto ad un sottile – ma non meno faticoso – sentimento di angoscia. Tale condizione emotiva va riconosciuta e aiutata, anche a livello organizzativo. Ora che molte aziende si sono attrezzate per poter gestire (laddove possibile) il lavoro a distanza, l’attenzione di manager ed HR si sta spostando in modo più diretto e strutturato sul sostegno psicofisico delle loro persone, con la consapevolezza che la tutela di un sufficiente grado di ben-essere complessivo è presupposto fondamentale per risultati sostenibili e duraturi. MensCorpore, seguendo un modello di ben-essere “a 6 sorgenti” proposto anche attraverso il suo libro-manifesto, si muove per offrire supporto alle aziende e alle loro persone. Due sono le possibili tipologie di interventi che proponiamo: a 1 – Percorsi on-line di sostegno al benessere individuale. MensCorpore propone in modalità on-line attività che sono normalmente (da molti anni) realizzate in presenza. I format a distanza sono stati sperimentati su richiesta di alcune aziende durante il primo lockdown – si veda per es. l'esperienza con Pirelli – e l’offerta viene ora ampliata: METODO FELDENKRAIS: liberare il corpo da abitudini posturali disfunzionali attraverso il movimento sottile e l’ascolto percettivo. QI-GONG: ginnastica “di lunga vita” per attivare, ammorbidire e armonizzare il sistema corpo-mente. BIOENERGETICA: lavorare con il corpo e il respiro per sciogliere le rigidità emotive e ritrovare vitalità. MEDITAZIONE MINDFULNESS: semplici pratiche di consapevolezza per coltivare presenza mentale e stabilità emotiva. PILATES MATWORK: un approccio integrale e sicuro al lavoro corporeo per coltivare elasticità, tono ed energia. WELLNESS WORKOUT: allenamento completo di fitness a corpo libero per trovare e mantenere una buona condizione fisica. YOGA RATNA: integrazione di più stili per una pratica di ben-essere completa e armonica. HATHA VINYASA YOGA: per prendersi cura del proprio corpo e respiro, attraverso un movimento armonioso e gentile. Questo tipo di percorsi vengono proposti con format di 8 incontri settimanali da 60 minuti, con un massimo di 12 partecipanti (il prezzo è di 1.200€ + IVA). aaa 2 – Interventi taylor made di formazione o sviluppo organizzativo, progettati e realizzati per rispondere alle specifiche esigenze del cliente. MensCorpore ha organizzato nel tempo – dunque a prescindere dall’emergenza Covid – quattro linee di lavoro, che è possibile visualizzare qui. aa Per chiarimenti, approfondimenti, o per confrontarti con noi, scrivi a: info@menscorpore.org.
La seconda ondata di Covid-19 è arrivata e ha necessitato nuovamente misure drastiche di contenimento, fra cui la chiusura di palestre e centri culturali. Le nostre attività in presenza si sono quindi dovute fermare e non sappiamo quando potranno ripartire. A differenza di Marzo tuttavia, abbiamo deciso di organizzarci per dare continuità ai corsi passando in modalità on-line, modificando in alcuni casi giorni e orari. Pur considerandolo un "piano B", in questo momento non c'è altro modo per continuare a offrire un servizio importante per la tutela dalla salute personale. È proprio per questo che i gruppi resteranno piccoli (max 12 persone), così da garantire ai partecipanti un'attenzione che numeri maggiori non consentirebbero. Qui di seguito riportiamo quindi una sintesi delle opzioni disponibili e i relativi costi: aa METODO FELDENKRAIS Liberare il corpo da abitudini posturali disfunzionali attraverso il movimento sottile e l’ascolto percettivo. Lunedì 9.30-10.30 e Venerdì 18.15-19.15 Contributo: 50 euro mensili 1 lezione settimanale; 85 euro mensili 2 lezioni settimanali QI-GONG Ginnastica “di lunga vita” per attivare, ammorbidire e armonizzare il sistema corpo-mente. Martedì 9.30-11.00 e 19.30-21.00, Giovedì 9.30-11.00 Contributo: 50 euro mensili 1 lezione settimanale; 85 euro mensili 2 lezioni settimanali BIOENERGETICA Lavorare con il corpo e il respiro per sciogliere le rigidità emotive e ritrovare vitalità. Lunedì 20.30-22.00 Contributo: 50 euro mensili MEDITAZIONE MINDFULNESS Semplici pratiche di consapevolezza per coltivare presenza mentale e stabilità emotiva. Lunedì 7.30-8.15 e Giovedì 19.30-20.30 Contributo: 40 euro mensili 1 lezione settimanale; 80 euro mensili 2 lezioni settimanali PILATES MATWORK (con approccio psico-senso-motorio) Un approccio integrale e sicuro al lavoro corporeo per coltivare elasticità, tono ed energia. Martedì 19.30-20.30, Mercoledì e Venerdì 12.30-13.15 Contributo: 40 euro mensili 1 lezione settimanale; 80 euro mensili 2 lezioni settimanali WELLNESS WORKOUT Allenamento completo di fitness a corpo libero per trovare e mantenere una buona condizione fisica. Mercoledì 19.00-20.15 Contributo: 50 euro mensili YOGA RATNA Integrazione di più stili per una praticadi ben-essere completa e armonica. Lunedì 19.30-20.45 Contributo: 50 euro mensili HATHA VINYASA YOGA Per prendersi cura del proprio corpo e respiro, attraverso un movimento armonioso e gentile Venerdì 18.00-19.15 Contributo: 50 euro mensili aa PER OGNI CORSO È POSSIBILE EFFETTUARE UNA LEZIONE GRATUITA DI PROVA PER INFORMAZIONI E ISCRIZIONI SCRIVI A: info@menscorpore.org
Le tre serate di presentazione del nostro libro manifesto ci hanno riempito di gioia: sono andate esattamente come speravamo, offrendo una ampissima (ma ordinata) gamma di stimoli, spunti, esempi, proposte a coloro che hanno partecipato dal vivo (presso il Teatro Nuovo di Treviglio) oppure le hanno seguite sulla pagina Facebook del Comune di Treviglio. Ecco perché ci è sembrato importante condividere le registrazioni integrali degli incontri, cosicché chiunque sia interessato possa dargli una sbirciata
Il 28 Settembre, 5 Ottobre e 19 Ottobre, presso il Teatro Nuovo Treviglio (Piazza Luciano Manara, 1) presenteremo "Coltiva te stesso - Le sei sorgenti del Ben-Essere". Nel corso delle tre serate si avvicenderanno tutti i co-autori (come speravamo potesse accadere!) e saranno presenti degli ospiti speciali: utilizzeremo il pretesto della pubblicazione del libro per parlare in modo concreto e dialogico di stili di vita salutari, prevenzione e cura di sé. Ma anche di Scuola, Aziende e Sanità. Considerato il periodo molto difficile che abbiamo attraversato (soprattutto qui nella bergamasca) e quello non meno complesso che ci attende, crediamo sia il momento giusto per ragionare insieme su questi temi. E poterlo fare con il supporto del Comune di Treviglio e dell'ISIS Zenale e Butinone è per noi motivo di grande orgoglio e riconoscenza. 28 Settembre: CORPO – CUORE – MENTE GIUSEPPE CARLESSI – Insegnante di Qi-GongSTEFANO PILONI – Tecnologo alimentare e Fitness TrainerCHIARA RONZONI – Psicoterapeuta a indirizzo BioenergeticoPAOLO TESTA – Psicoterapeuta a indirizzo GestalticoMASSIMO BONOMELLI – Insegnante di meditazione 5 Ottobre: ALIMENTAZIONE – RELAZIONI – AMBIENTE ALESSANDRA CASTELLI – Vicepresidente e Co-fondatrice MensCorporeVERA FRANCESCONI – Life Coach ed esperta di Programmazione Neuro LinguisticaDAVIDE FACHERIS – Formatore ed esperto di Comunicazione NonViolentaDIANA TEDOLDI – Formatrice e Nature Coach 19 Ottobre: SCUOLE – AZIENDE – OSPEDALI MARIA GIULIA MARINI – Direttore Scientifico Area Sanità e Salute Fondazione ISTUDALVISE BIFFI – Presidente Piccola Industria Confindustria LombardiaALESSANDRO MAZZAFERRO – Dirigente IC Calcinate, Scuola Polo della rete SPSMARCO LEONZIO – Docente e ricercatore in ambito organizzativo In collaborazione con l'ISIS Zenale e Butinone e con il patrocinio del Comune di Treviglio. L’evento sarà riconosciuto come percorso di formazione per i docenti dell'ambito territoriale 5 Lombardia INGRESSO GRATUITO - REGISTRAZIONE OBBLIGATORIA a REGISTRATI