C’è un oggetto che portiamo sempre con noi, che tocchiamo centinaia di volte al giorno e a cui deleghiamo una quantità sempre crescente delle nostre attività mentali. Ci aiuta a ricordare, a orientarci, a comunicare, persino a decidere… Per questo, da anni, siamo abituati a sentir dire che lo smartphone è come se fosse ormai diventato quasi come una parte della nostra mente. Una sorta di protesi cognitiva: memoria esterna, bussola, agenda, archivio delle nostre relazioni. Un’estensione naturale delle informazioni che possediamo. Ma se questa intuizione fosse troppo ottimista? E anzi, celasse nella sua parte velata ben più nefaste conseguenze? Nel loro recente articolo Smartphones: Parts of Our Minds? Or Parasites?, Rachael L. Brown e Robert C. Brooks mettono in discussione proprio questa narrazione rassicurante. L’idea di fondo da cui partono è semplice ma disturbante: non tutto ciò che è profondamente integrato nel nostro funzionamento mentale può essere considerato una parte della nostra mente. Soprattutto quando quell’oggetto non lavora realmente per noi. La filosofia della mente, negli ultimi decenni, ha sviluppato la cosiddetta extended mind thesis: ovvero l’idea che la cognizione non sia confinata nel cervello, bensì possa estendersi nel corpo e, attraverso di esso, nell’ambiente circostante. Un taccuino che usiamo costantemente, una mappa, una lista della spesa: strumenti che non si limitano ad aiutarci, ma che diventano componenti attive del nostro pensare e interagire con il mondo. In questo quadro, lo smartphone sembra il candidato perfetto. È sempre con noi, lo consultiamo senza rifletterci, ci fidiamo delle informazioni che contiene. Se perdiamo il telefono, non perdiamo solo un oggetto: perdiamo pezzi della nostra memoria e della nostra capacità di agire. Ed è proprio per questo che Brown e Brooks chiedono di rallentare e di osservare meglio e più criticamente la relazione che abbiamo con questi dispositivi. Il punto critico non è quanto lo smartphone sia potente o quanto sia integrato nella nostra vita quotidiana. Il punto è come è progettato. A differenza di un quaderno o di una mappa, lo smartphone moderno, e con esso l’insieme delle app che lo abitano, è costruito per catturare, trattenere e dirigere la nostra attenzione. Non in modo accidentale o casuale, ma intenzionale e progettuale. Algoritmi, notifiche, meccanismi di ricompensa intermittente: tutto è pensato non solo per massimizzare il tempo che passiamo sullo schermo bensì per incrementare ad limitum i dati che produciamo. In altre parole, per servire gli interessi di chi lo ha progettato o di chi ci guadagna, non necessariamente i nostri. Ed è qui che la metafora dell’estensione mentale inizia a scricchiolare. Possiamo davvero considerare parte del nostro sistema cognitivo qualcosa che, per design, spesso lavora contro i nostri obiettivi? Un sistema che ci spinge a procrastinare quando vorremmo concentrarci, a continuare a scorrere quando vorremmo fermarci, a reagire invece che scegliere proattivamente? Secondo gli autori, questo rompe un presupposto implicito ma fondamentale dell’idea di mente estesa: l’allineamento degli scopi. Le parti di un sistema cognitivo cooperano. Condividono, almeno in linea di principio, un orientamento comune. Quando questo viene meno, non siamo più di fronte a un’estensione della mente, ma a qualcosa di diversamente ben più sinistro… Per descrivere meglio questo rapporto ambiguo, Brown e Brooks propongono un cambio di metafora: non più quella dell’estensione, ma quella della simbiosi. In biologia, le simbiosi possono essere mutualistiche (entrambi traggono beneficio), neutre, oppure parassitarie. E il nostro rapporto con lo smartphone, sostengono, oscilla lungo questo spettro. A volte è chiaramente vantaggioso: ci orienta, ci connette, ci semplifica la vita. Altre volte è neutro. Ma non di rado assume tratti parassitari: consuma attenzione, erode autonomia, orienta comportamenti in modi che non abbiamo scelto consapevolmente. Per chi conoscesse Spiderman e
C’è un momento, nella vita di chi fa ricerca o comunque si avventura in territori nuovi, in cui una sensazione fin troppo familiare ci assale: quella di non capire. Non capire abbastanza, non capire come gli altri, non capire quanto “dovremmo”. D’altronde, fin da piccoli siamo stati educati all’idea che la bravura consista nel trovare risposte corrette, nel completare i compiti con precisione, nel dimostrare di essere all’altezza delle aspettative. In sintesi, nell’essere efficaci e avere successo. E così, quando ci confrontiamo con qualcosa che sfugge alla nostra comprensione immediata, tendiamo a leggerlo come un fallimento personale. Nel suo articolo The Importance of Stupidity in Scientific Research, Martin A. Schwartz racconta proprio questo scontro tra le aspettative ereditate dalla scuola e la realtà del lavoro scientifico. L’idea gli arriva da un aneddoto tanto semplice quanto significativo: una collega, brillante e stimata, abbandona il dottorato perché si sentiva costantemente stupida. In particolare, non riusciva a tollerare l’assenza di risposte, la sensazione di navigare nel buio, l’idea di non avere gli strumenti giusti per muoversi. Schwartz, sorpreso da quella confessione, si rende conto che lui stesso si sente così ogni giorno… con la differenza che, col tempo, ha imparato a considerare quella sensazione non solo normale, ma addirittura necessaria. Nonostante la riflessione di Schwartz sia saggia, è altresì necessario comprendere che l’educazione tradizionale non ci prepara a questo. Fino all’università, il nostro percorso è costruito come una sequenza di domande a cui esiste già una risposta. Studiamo, memorizziamo, risolviamo, superiamo esami per dimostrare di aver compreso qualcosa che qualcun altro ha già scoperto. È un sistema che crea l’illusione di essere intelligenti perché viviamo in un mondo dove tutto è già stato stabilito. Ma quando si inizia a fare ricerca, e più in generale quando si prova a creare, innovare o inventare; si entra in un territorio completamente diverso. Un territorio in cui le domande non hanno risposte note, e spesso nemmeno una formulazione chiara. Schwartz ricorda persino il momento in cui tutto questo gli divenne evidente. Da giovane dottorando, si rivolse a un professore di enorme prestigio, un futuro premio Nobel, per un problema che non riusciva a risolvere. La risposta fu un semplice “non lo so”. Quella frase, apparentemente banale, si rivelò rivoluzionaria: se nemmeno lui sapeva cosa fare, forse non lo sapeva nessuno. Era un problema reale, nuovo, che aspettava proprio lui. E quel vuoto, invece di essere spaventoso, diventò improvvisamente liberante. A partire da quell’esperienza, Schwartz sostiene che ciò che chiama “stupidità produttiva” sia un elemento imprescindibile della ricerca e forse addirittura dell’esistenza. Non si tratta di incompetenza, né di ignoranza colmabile con un libro letto meglio o un corso seguito con più attenzione. È una stupidità diversa, strutturale: la consapevolezza che il campo davanti a noi è vastissimo e che una parte di quella incommensurabile vastità nessuno l’ha ancora esplorata. In questo, accettare di non sapere diventa il primo passo per iniziare a capire qualcosa che non esisteva prima. Partendo da questi presupposti, secondo Schwartz, molti programmi di dottorato commettono un errore sottile ma significativo. Essi non preparano davvero gli studenti a vivere nell’incertezza. Il passaggio dal “sapere ciò che altri hanno scoperto” al “scoprire qualcosa che nessuno conosce” è enorme e traumatico. È un salto che richiede di smettere di misurare la propria intelligenza sulla base delle risposte giuste, e di iniziare invece a misurarla sulla disponibilità a confrontarsi con problemi troppo grandi, troppo nuovi, troppo incerti. Il vero lavoro scientifico è un continuo avanzare a tentoni, sapendo che gli errori non sono prove della propria inadeguatezza, ma conferme del fatto che ci stiamo muovendo. La stupidità, insomma, non